A Napoli avevano attirato la mia attenzione sulla singolare Festa di San Paolino di Nola. Dicevano che in quell' occasione tutta la Campania si radunava in quella località ed era uno spettacolo che non aveva pari. Partii dunque il 26 giugno, curioso di conoscere Nola che offre tanti ricordi: Marcello aveva, a suo tempo, davanti alle porte di Nola, inflitto al grande Annibale la prima sconfitta, l'imperatore Augusto vi era morto, Tiberio vi aveva iniziato il suo regno.... Non dimentichiamo infine l'invenzione delle campane che costituiscono l' orgoglio di questa Città. Non ultima ragione di questo orgoglio è la figura di San Paolino, un tempo Vescovo di questa località, come pure ottimo poeta e Padre della Chiesa... " Dovete sapere - osservò un napoletano che si rivolse a me - che questi sono gli obelischi per festeggiare il Santo; perchè quando tornò dalla barbarie a Nola, i cittadini di questa Città gli vennero incontro ballando e portando davanti a loro simili obelischi, potete vedere anche gli altri, vanno tutti verso la Cattedrale per ballare. "

(Da F. GREGOROVIUS, Passeggiate in Campania in Puglia, Roma, 1965. Prima edizione 1853.)

La storia dei Gigli

 

Millenario è il passato della Festa dei Gigli, nata poco dopo il 410 come avvenimento storico-religioso della città di Nola e perpetuata negli anni, evolvendosi, complicandosi, divenendo una vera e propria festa popolare.

Il ritorno di Paolino dalla prigionia è stato infatti ricordato e celebrato nel corso dei secoli, sostituendo ai fiori omaggi sempre più artificiosi in suo onore, come i cerei o i cilii, i successivi palchi, i maj, fino agli odierni gigli. Queste trasformazioni sono testimoniate da più fonti, la più antica delle quali è stata scoperta solo di recente. Trattasi di un frammento, proveniente dagli scritti di Padre Rodolfo del convento di Sant’Angelo in Palco di Nola, risalente al 1320-1322 e che oggi, a seguito delle molte vicissitudini passate dal convento, è custodito da una famiglia napoletana. Tale frammento, edito da Felice Paolino D’Amico, illustra quella che con molta probabilità fu la prima macchina da festa in onore di S. Paolino, sotto la Signoria dei Conti Orsini;

Dal poco ritrovato, abbiamo ricostruito nella nostra mente quello che era la volontà che ebbe Romano Orsini per far sì che i fedeli di San Paolino facessero risplendere le idealità più belle del Santo, che i “gigli” tanto amati e coltivati da Paolino, ogni anno, e, per sempre, trovassero nelle “Macchine per la Festa” la loro consacrazione[1].

Tale macchina, secondo l’interpretazione data sulla frammentarietà del documento, doveva essere una torre esagonale, con trombe e campane, fatta muovere da almeno dieci uomini. Per quanto il documento sia importante non ci dà che la sola descrizione della macchina, il primo invece a raccontarci la festa in onore del Santo è lo storico Ambrogio Leone (1457-1525) nel III libro del suo De Nola patria:

Il maestro del mercato... dura otto giorni, quando si fa la fiera e la festa di San Paolino, ... Egli il primo giorno adunque fa pompa della sua autorità; giacché, preso dalla reggia il vessillo del Conte, uscendo con un lungo seguito, procede solenne per tutta la città...Il settimo giorno, il giorno prima della festa di San Paolino, si fa un altro giro per la città: prima vanno i contadini con le falci, seguendo, come fosse il loro vessillo, una grandissima torcia a guisa di colonna, accesa e adorna di spighe di grano. Questa torcia grande, che un uomo solo non può portarla, onde e portata da parecchi ritta su di un cataletto. Viene fatta col danaro raccolto fra i contadini ed ogni anno si accresce, non solo viene rifatto ciò che si accende percorrendo la città; la chiamano "cereo". Similmente si fa altra torcia da altri, e in questa processione ciascuno segue la sua, mandandola avanti a sé. Viene poi il cero degli Ortolani, e poi gli altri ceri degli artigiani. Dopo di questi vengono le file dei monaci e le file dei sacerdoti chierici,, l'ultimo dei quali è il vescovo, che porta in mano le reliquie degli Apostoli, del legno della Croce, di alcuni martiri e di San Paolino, chiuse in una mano d'argento. Accompagnano il Vescovo il Conte e il Maestro del mercato, di poi i primari cittadini e il rimanente popolo, tutti a piedi[2].

Leone ci descrive la maniera cinquecentesca della festa, quando questa prendeva vita attraverso i cerei, gli antenati delle macchine a spalla moderne, e già aveva la fisionomia di una processione a cui prendevano parte tutte le corporazioni di artigiani nolani; ci documenta inoltre della fiera che aveva luogo in occasione della festa e durava otto giorni.

Dei cerei testimonia anche un autore che scrive nel secolo successivo a quello di Ambrogio Leone, Andrea Ferraro, il cui documento è contenuto nel suo Del Cemeterio nolano con le vite di alcuni santi, del 1644, ove della festa dice:

Intendendo i Nolani, che il suo Santo Pastore sen tornava alla Patria, con le navi piene d’un gran turba de’ Cittadini liberati, risplendente d’una immortal corona, e trionfando con gloria così rara d’aver dato se stesso in servitù per un uomo popolare, facil cosa e’ à pensare con qual allegrezza e applauso mischiato di lagrime fosse ricevuto dai suoi Cittadini, i quali di tutte l’arti, e professioni l’uscirono all’incontro; qual costume osservasi fino à nostri tempi; impercioché nelle prime vespere della sua festività tutte l’arti ciascuno col suo cereo accompagna per tutta la città le reliquie del Santo poste entre statua d’argento[3].

Ancora, nel ‘700 a descriverci la festa è Gianstefano Remondini (1700 – 1777), che definisce globi o piramidi o addirittura navi, i maj che, adorni di fiori, vengono portati in giro per la città di Nola. I ceri, infatti, divennero sempre più grandi e ricchi e ciò comportò dei problemi di trasporto, pertanto si pensò di legare il cereo a una sedia o ancora a un cataletto in legno, ne risultò una grossa base con barre su cui veniva sistemato un castelletto di legno a forma di parallelepipedo, ottenendo infine una specie di torre piramidale a 4 facce, proprio come è la struttura moderna del giglio:

Si sparse appena per la Città di Nola la giocondissima novella del ritorno dell’Africana schiavitù…Ed a perpetua festevolissima rimembranza dell’incomparabile giubilo, che provò la Città, e la Chiesa Nolana in sì felice occasione costumò dipoi, e lo osserva esattamente anche al dì d’oggi di far nel XXI giorno di giugno solenne processione, nella quale portano alcuni Artefici certi Mai, o Gigli, come volgarmente son detti, e son certe macchine in forma di globi, di piramidi, di navi, o simil altre cose, tutte adorne d’innumerevoli garofani, tra quali è situata la particolare insegna di ciascheduna di quelle arti, che le fanno[4]….

Molte sono anche le testimonianze di vari viaggiatori tedeschi, fermatisi in Campania anche per assistere alla Festa dei Gigli, tra questi Ferdinando Gregorovius (1821 – 1891), a Nola nel 1853. Nella sua opera Passeggiata in Campania e in Puglia ci documenta per primo l’aggiunta della barca agli altri otto gigli:

Davanti alle porte di Nola vidi già una folla di persone che si precipitavano all’interno della città. All’entrata di questa si erano istallate numerose bottegucce; le antiche mura della città ed una torre che vi confinava erano ricoperte di giganteschi cartelloni…

Appena entrato nella città fui colpito da uno spettacolo mai visto prima d’allora. Vidi, retta da facchini, una altissima torre, rivestita di oro scintillante, di argento e di rosso; era alta cinque piani, elevata su colonne, adorne di fregi, nicchie, archi e figure, guarnita ai due lati da bandierine colorate e ricoperta da carta dorata e di coperte rosse e variopinte. Scintillavano nel loro rosso metallo le colonne; le nicchie a fondo d’oro, decorate con i più strani arabeschi, le figure, i geni, gli angeli, i Santi e i cavalieri vestiti di costumi a vivaci colori. Collocati in piani sovrapposti avevano in mano cornucopie, mazzi di fiori, ghirlande o bandiere. Era un agitarsi, uno sventolare continuo, dato che la torre oscillava di qua e di là sulle spalle di circa trenta portatori. Nel piano più basso sedevano ragazze incoronate di fiori, al centro un coro di musicanti con trombe, timpani, triangoli e cornette eseguivano una musica assordante…

Anche un altro lato giungeva una musica rimbombante e vidi, sorgere sopra le case, un’altra torre, poi un’altra ancora…Ne vennero nove da direzioni diverse. Avevano tutti la stessa altezza, tranno uno che era alto 25 metri e che apparteneva alla corporazione dei contadini. Infatti, ogni “arte” importante presenta un obelisco per la festa. Per prepararlo ci si lavora dai quattro a sei mesi. I denari per costruirlo vengono procacciati dalle “arti” e ammontano per ogni torre a circa 96 ducati napoletani.

[…]Gli obelischi si dirigevano, ognuno con un coro di musica nel piano più basso, verso la cattedrale […] Seguivano poi una nave sulla quale era un giovane vestito da Turco con in mano un fiore di melograno. Dietro a questa nave veniva un gran bastimento da guerra su un lembo di mare che gli faceva da fondamento. La galea era equipaggiata alla perfezione. Sul bompresso stava un giovane, in vesti moresche, l’aria divertita, fumando un sigaro. Sul tribordo però si trovava, inginocchiata davanti all’altare, la figura di S. Paolino.

Appena un obelisco era giunto al Duomo cominciava uno spettacolo singolarissimo: la gigantesca torre si metteva a ballare al suono della musica rimbombante. Davanti ai portatori camminava un uomo con un bastone e mentre egli indicava il tempo, quelle torri si muovevano secondo il ritmo, di qua e di là. Poi l’obelisco si fermava davanti alla cattedrale e non appena aveva trovato il suo posto iniziava davanti a questa un girotondo di giovani e uomini. Una ventina di essi circa formava un cerchio, di modo che ognuno posava le sue braccia sulle spalle dei vicini; e mentre in questa posizione si muoveva il cerchio, al centro due solisti ballavano le danze più graziose. Con le braccia sollevavano un terzo ballerino, facendolo danzare con loro, in posizione giacente. Diventato esausto e, preso da capogiro, lasciava chinare la testa: era morto. Tutto il cerchio intanto circondava, ballando con ritmo sfrenato. Dopo un breve tempo il morto si rialzava e, levato il capo, ridendo, imitava con le dita il suono delle nacchere. Dovetti pensare al culto di Adone;…tutto questo spettacolo pagano si svolgeva davanti al Duomo; mentre all’interno, il vescovo di Nola, impassibile e con la più grande calma celebrava la messa cristiana che i fedeli, senza lasciarsi turbare, ascoltavano in ginocchio. Dopo il ballo degli obelischi e la messa furono terminati, la cerimonia religiosa si chiuse con una processione di sacerdoti…La processione attraversò l’intera città seguita dagli obelischi;sparatorie ed esplosioni continue di bombe a mano si sparsero immediatamente in tutte le strade. A mezzogiorno, le funzioni religiose erano finite, ed il popolo attendeva ai suoi divertimenti[5].

A documentare la festa sono ancora Xaverio de Rinaldis (1783), T. Aurelio de Felici (1862), G. Amalfi (1889), Francesco De Boucard autore di Usi e costumi di Napoli e contorni (1856-1866) in cui scrive:

Queste piramidi o gigli, avanzando di tempo in tempo, sono arrivati oggidì ad una tanto considerevole mole e smisurata altezza che sovrastano i tetti de’ più alti edifizi della città. Ciascun lato di essi gigli è adorno di fiori, bende, nastri, festoni, statuette di carta pesta e somiglianti cose. La macchina è divisa in più ordini, nel primo dei quali è collocata l’orchestra…Gli altri ordini sono occupati da popolani ne’ loro abiti di festa e le donne si rivestono de’ migliori ornamenti che posseggono. Questi gigli sono costruiti a cura delle diverse corporazioni d arti e mestieri che ricordano le antiche fratrie…Ciascun giglio è sostenuto da sedici facchini, ma il più grandioso è quello degli ortolani trasportato da trentasei di essi. Spari di mortaretti, campane a disteso, fuochi d’artificio, luminarie…rendono pomposa e magnifica la processione de’ gigli, i quali, accompagnati da numeroso clero, vengono portati innanzi al Vescovado dove ricevono la benedizione del Santissimo[6];

e ancora Vincenzo Spampanato e Giacomo di Belsito, Giuseppe Regaldi[7] nella sua opera in 4 volumi La processione dei Gigli (1847-1950), E. Cassovich, Marcellin Pellet in Naples contemporaine (1859), C. Frommel inItalie Pitoresque, Mary Hamilton in Greek Saints and their Festival (1914), Thomas Ashbj in Some Italian festival.

Con questi ultimi osservatori, tuttavia, già ci troviamo all’inizio del XX secolo, i grandi cambiamenti sono ormai avvenuti e la festa ha pressoché assunto una forma codificata che da allora mantiene, salvo graduali e lente modifiche che tuttora ci sono ma poco incidono sul evento “canonizzato” che ogni anno si ripete.

 

[1] F.P. D’amico, La Macchina nella festa dei gigli – frammento di Storia Nolana (1320-1322), Nola (NA), La Contea Nolana, 2005, p. 29.

[2] A. Leone, De Nola patria, l. III, c. VII, P. Barbati (a cura di), Napoli, Tipografia Torella, 1934.

[3] A. Ferraro, Del cemeterio nolano con le vite di alcuni santi, cap. IX, Napoli, Tipografia Di Tomaso, 1644, p. 60.

[4] G. Remondini, De Nolana Ecclesiastica istoria, tomo I, l. I, cap. XXVII, Napoli, Tipografia De Simone, 1747, p. 59.

[5] F. Gregorovius, Passeggiata in Campania e in Puglia, Roma, (I edizione 1853), Edizioni Spinosi, 1966, pp. 59-70.

[6] F. De Boucard, Usi e costumi di Napoli e contorni, Napoli, 1866, pp. 8 –11.